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Le foto della serata del 20 gennaio di Nino Romeo

Il video della serata del 20 gennaio:

prima parte

seconda parte

Recensione della serata del 20 gennaio di Silvana Costa 


Nel primo incontro siamo partiti dalla ricerca su due grandi figure della storia. Beethoven e Tolstoj. Livia Sguben ha affrontato le biografie di due grandi vecchi, le loro insofferenze, la religiosità nelle opere e nella vita, due uomini che rivelano al mondo il loro elevato grido d’amore per la vita.

 

"La parola”

 

Racconti in forma di quartetto: Beethoven e Tolstoj.

Autobiografie paradossali:

il suono e le parole dell’infinita leggerezza dell’essere.

 

Livia Sguben, chiama Ludwig e Lev, i suoi amici: “…Ritornano sempre nella mia vita, potevano essere altri, ma sono loro...”

Beethoven e Tolstoj appartengono a due epoche diverse, inizio e fine dell’800, uno è musicista l’altro scrittore, uno tedesco l’altro russo, ma ci sono delle analogie fra i due. “…Entrambi dicono la stessa cosa e questa cosa risuona in me…” dice Livia. Alla fine, in seguito a delle crisi, ambedue risolvono allo stesso modo; Rinascono, lasciando morire quello che hanno prodotto fino ad allora. Tolstoj lascia il romanzo, lo abbandona per una forma nuova, il racconto breve e parla di “polifonia spirituale” dove non si può mentire. Lascia quello che già conosce per qualcosa di nuovo. Emblematici sono il “Padre Sergij” e “La morte di Ivan Il’ic”

Beethoven, dopo la Nona sinfonia, sta per iniziare la Decima, ma abbandona l’idea. Al grande preferisce il piccolo e compone i quartetti; essenziali, autobiografici, veri. I quartetti incantano! È come se dicesse, “Tutto quello che hai trovato finora, lascialo perdere!”

Il fatto che entrambi lavorino a forme piccole, scarne, essenziali, significa l’abbandono del superfluo.

Livia Sguben usa una figura metaforica per spiegare questo abbandono: Il “Cono rovesciato”. Gli “amici” Ludwig e Lev, partono dalla base e scendono, iniziano a togliere, levigare, sottrarre, fino a toccare il punto, il vertice estremo per stare vicino all’essenza, alla verità.

La parola che scoprono è: RINUNCIA. La rinuncia alla fatica per arrivare di forza. Tolgo, sottraggo, senza paura di rinunciare. Mi metto in ascolto e trovo. Tutto arriva come dono e scopro che tutto quello che cercavo era l’Essere. Ludwig e Lev ci hanno messo una vita.

 

*

 

Vidi per la prima volta Livia nel 1998, in un incontro/seminario di professori universitari e musicologi. Un banchetto in una villa medioevale e musiche rinascimentali. Suoni di clavicembali, arpe, chitarre barocche e viole facevano da colonna sonora, poi analisi e scomposizioni dei notturni di Chopin, approfondimenti sulla musica di Monteverdi e altro. Performance teatrali sui tavoli al passaggio della frutta e strane battute di spirito che, per me esponente della working class Gratosogliese, per l’occasione camuffato da giovane artista, erano a dir poco incomprensibili.

Mesi dopo ci rivedemmo in un piccolo teatro della periferia sud milanese, ed ebbi la chiara sensazione di aver conosciuto una persona speciale. Nonostante rimasero le mie pregiudiziali classiste, figlie di una stagione per certi aspetti infelice, riconobbi l’umiltà dei sapienti. Credo che l’onestà intellettuale della Sguben sia fuori discussione, come è fuori discussione l’amore per tutto ciò che fa. Mantenendo come riferimento i suoi “Amici”, Ludwig e Lev, prosegue una lotta senza tregua contro la banalità, l’ignoranza e l’arroganza. Quello che la contraddistingue è la critica severa a tali fenomeni e più di tutto il profondo senso autocritico, una serietà nel lavoro che rasenta l’autoflagellazione, e una idiosincrasia ai ciarlatani di ogni sorta.

 

Dice Livia Sguben: “Ai giorni nostri, esiste un modo massificato di ascolto della musica, si ascolta la musica per intrattenimento e da sottofondo. Non pensare, non stare, uscire, fuggire. Troviamo svariati modi per resistere ad entrare e approfondire. Che cosa ci nascondiamo, cosa sottraiamo al nostro sapere?

Nel mio fuggire dalla banalità, quando ascolto la musica, non voglio che questa mi addormenti e che mi intrattenga, cerco la semplicità, la leggerezza, la verità”

 

 

Vito Schiraldi