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Foto della serata del 10 febbraio di Morgana Marchesoni e Anna Masini

Il video integrale: prima parte  seconda parte  terza parte


Venerdì 10 febbraio h. 20.30

La luce

Con Claudio Jaccarino

Il racconto di sé come narrazione e auto-terapia

I colori e i segni tracciano il nostro cammino.

 

Claudio Jaccarino: Proviene da una famiglia di gente di mare.
Gli studi di filosofia, l'esperienza di giornalista e di attore sono confluiti nella sua prepotente vocazione pittorica.
Giornalista pubblicista nel 1980. Ha scritto
"Storia del partito radicale" insieme a Guido Aghina. "Fare l'amore, non la guerra" (fotocronache delle marce antimilitariste in Italia e in Europa, 1979). "Comuna Baires: dieci anni di riti ambrosiani e follie meneghine".
Ha lavorato come attore, partecipando alle tournée europee della Comuna Baires fino al 1984. Nel 1985 è inviato speciale del quotidiano L'Avvenire in Argentina in occasione del viaggio del presidente Sandro Pertini.
Nel 1995 fonda il 
Laboratorio di Cromografia.
Come sostenitore della Shared Art ha realizzato "opere a quattro mani" con l'artista olandese Martha Nieuwenhuijs, la calligrafa cinese Chen Li, il writer milanese Terno


LA LUCE

ovvero

AUTOBIOGRAFIA PER SENTIERI, CROCEVIA, POZZANGHERE, MACCHIE E DODICI ACQUARELLI

 

Anche se usiamo strumenti diversi per raccontare, siamo tutti storyteller (narratori di storie). E le storie vanno sussurrate, non urlate.

Raccontare e ri-raccontare le storie è uno dei pochi strumenti che abbiamo per dare un senso alla vita. Quando siamo molto confusi o resi molto confusi e disperati, ci sembra di non avere più una nostra storia, che la vita sia diventata assurda e priva di significato, che sia impossibile immaginare un finale diverso da quello che ci viene proposto dall’esterno.

Le storie servono proprio a questo, a tenere in vita un senso di sviluppo, di direzione.

Abbiamo bisogno di storie per sopravvivere.

Da qualche parte accanto alla storia, ma mai al suo interno, è possibile formulare un giudizio.

Non all’interno della storia, perché allora si sarebbe troppo vicini al potere.

 

Le vere storie oggi non possono che arrivare dalla periferia. Il centro infatti, è troppo connesso al potere.

 

Per distruggere una comunità basta distruggere le sue storie, poiché esse rappresentano la sua continuità. Una comunità infatti, è un insieme di persone che ascoltano le medesime storie.

Privata delle proprie storie, una comunità perde la sua identità. Ci sono naturalmente storie sostitutive, prefabbricate e in vendita: le storie proposte dai media, le storie/logo. Adottare queste storie preconfezionate e in offerta sul mercato è il primo passo per trasformarsi in schiavi.

 

Certe volte ci capita di svegliarci nel cuore della notte e, pensando alla nostra vita, di avere la sensazione di vivere dentro ad una storia. Una storia scritta da chi? Per chi? Non lo sappiamo. Ma, la sensazione che la vita individuale sia una storia con un suo sviluppo è molto profonda.

Lo storytelling non è un’attività marginale, è essenziale. Ma come raccontare le storie? Non esiste ricetta, esistono però alcune indicazioni.

Raccontare una storia richiede allo stesso tempo scaltrezza e semplicità, astuzia e candore.

 

Un punto di fondamentale importanza è che cosa, una storia, lascia di non detto. È una questione centrale. Se dici tutto, una storia può durare quanto la vita. Che cosa, dunque, va omesso? All’inizio di una storia, ti sembra di dover includere tutto. Poi ti rendi conto che chi ti ascolta è già a conoscenza di certe cose, ed è diventato tuo complice o, ancora meglio, che è diventato lui stesso parte della storia e del suo racconto.

 

Una storia non può che appoggiarsi sulla fisicità, sulla concretezza della vita. I sentimenti di indignazione e rabbia spesso appiattiscono tutto, mentre la realtà non lo fa mai. Nel mondo reale c’è resistenza, durezza. È qui che entriamo nel racconto, dove c’è battaglia tra realtà e necessità.

 

Non importa l’originalità. L’urgenza il desiderio creativo, deve venire da dentro. Altrimenti non ci si misura con la vita. Nella vita reale avvengono di continuo piccole cose, è questione di ricettività accorgersene. Pensate a Checov o a Carver: i loro racconti parlano di niente e di tutto, senza giudizi. I giudizi, anche se giusti, accecano. Il giudizio può stare solo nell’atto di scrivere.

 

Se riusciste a descrivere ciò che sentono i piedi dei bambini….


IL NUMERO DELLE VITE CHE ENTRANO NELLA NOSTRA E' INCALCOLABILE.




Era un pomeriggio assolato, un caldo umido, molto umido; solo chi è nato e cresciuto in quelle immense distese verdi di terra nera, molto nera, può conoscere quella calura. Me ne stavo disteso sul letto con gli occhi socchiusi e sudavo. Traspiravo solo al sommesso faticare del respiro, avrei voluto essere immobile, completamente immobile. Lo ero ma respiravo e questo era faticoso. Attraverso le tendine gialle, ferme, che procuravano calore perché appesantite dal sole, la Pampa.
Avevo tolto e posato sul pavimento gli infissi della vetrata, ma l’operazione aveva peggiorato la situazione, ora la stanza era più calda. Non avevamo corrente elettrica per cui niente ventilatore. La radiolina, sintonizzata su radio Mitre, mandava un tango di Omero Manzi, interrotto dalle informazioni meteo: …hoy 10 de febrero 1990 …en Capital Federal la temperatura es de cuarenta grados. Cuarenta y cinco la sensaciòn termica, humedad noventa por ciento…
Tutto era fermo. Nel miraggio provocato dell’afa, intravidi Fulmine, il cavallo baio, un po’ sovrappeso. Se ne stava immobile sotto un’acacia, all’improvviso mosse leggermente il testone in direzione di un gridolino di eccitazione. Seguì un entusiastico “Eureka!!”. Vidi passare un ombra fulminea dalla tendina gialla, il passaggio originò un leggero soffio che per un istante mi diede sollievo, ma causò anche la caduta dell’infisso appoggiato al pavimento e la rottura in mille pezzi del vetro.
Dopo qualche secondo, la stessa voce, scandì chiaro, un non meno appassionato, “Merda!!!!”
L’uragano non mi scompose più di tanto, rimasi appiccicato al lenzuolo che in origine era bianco, senza fare alcuno sforzo capii; il nostro stravagante vicino, Claudio Jaccarino, nella torrida quiete della siesta pampera, aveva avuto una delle sue idee strampalate e visionarie.
A riportarlo a terra, per l’ennesima volta, fu l’aver pestato, a piedi nudi, la cacca che il nostro primogenito Nicolàs, senza motivo logico ma, con coerenza e perseveranza, soleva fare all’ingresso della sua casa. Claudio si avvicinò alla mia finestra, seguì una tiepida protesta a cui non risposi, perché il caldo me lo proibiva, ma il malumore di Claudio durò poco, si dissolse come una fulminea meteora. Eureka!!
Aveva scoperto come fabbricare la carta.
Per settimane Claudio occupò la vasca del bagno che avevamo in comune, lo usò come recipiente di soda caustica. Non seguii bene il processo di lavorazione, ma devo ammettere che il risultato dell’esperimento fu sorprendente. Claudio, oltre a produrre fogli bianchi, riusciva a dare effetti speciali, venature con fili d’erba, quadrifogli e piccole foglie apparivano dal tessuto cartaceo. Insomma grande entusiasmo per il nostro stravagante vicino, un po’ meno per le mogli che protestavano per l’uso della vasca.
Così Claudio, da quel giorno, dopo antecedenti titubanti, cominciò la sua carriera di pittore.
Nel villaggio, anche a nostro malgrado, eravamo tutti coinvolti. Dopo essere riusciti a liberare la vasca dalla soda, trovavamo colori e pennelli ovunque, carta colorata pennini e carboncini sul forno, nell’orto, in cucina, nei bagni. Un giorno mi ero addormentato sotto la quercia e al risveglio c’era “il pittore” che mi ritraeva. Durante le cene in comune Claudio non mangiava era al bordo del tavolo con carta e matita a far ritratti o nature morte. Nelle ore di siesta, quando il Sole  imponeva il silenzio, era ormai consueto sentire lo sfregare del pennino sulla carta echeggiare per l’immensa pianura. Claudio, sotto il solleone, protetto da una paglietta essenziale, ritraeva maiali avvolti nel fango, vacche ruminanti, querce imponenti.
Il piccolo Nicolàs continuava a marcare il territorio nelle adiacenze della casa di Claudio. Era l’unico momento in cui lo sentivo lanciare improperi e ingiurie, ma sempre per pochi minuti, poi l’entusiasmo del sognatore prendeva il sopravvento e il villaggio si riempiva di colori.
Quando tornammo a Milano, Claudio continuò a disegnare. Ancora adesso a distanza di vent’anni ha lo stesso entusiasmo, un energia infinita, un amore sconfinato per i colori della vita.
Claudio Jaccarino, ritratto di  un eterno Peter Pan, un bambino che gioca con le matite, si addormenta fra gli acquerelli, cammina fra linee di tempera e schizzi di china. Alla ricerca costante di Utopia, ma senza dover andare lontano, il marinaio che risiede nel suo Dna lo porta a solcare mari immaginari e affrontare mostri marini, consapevole che l’isola è qui e ora. È solo questione di colore… E calore.
Mio figlio Nicolàs è suo amico e suo unico allievo.            
 

Vito Schiraldi


La funciòn del arte/3

 

Es mediodia y James Baldwin està caminando con un amigo por las calles del sur de la isla de Manhattan.

La luz roja los detiene en una esquina.

Mira – le dice el amigo, señalando el suelo.

Baldwin mira. No ve nada.

Mira, mira.

Nada. Allì no hay nada que mirar, nada que ver.

Un cochino charquito de agua contra el borde de la acera y nada màs. Pero el amigo insiste.

Ves? Estàs viendo?

Y entonces Baldwin clava la mirada y ve. Ve una mancha de aceite estremeciéndose en el charco. Después, en la mancha de aceite ve el arcoiris. Y mas a dentro, charco adentro, la calle pasa, y la gente pasa por la calle, los naufragos y los locos y los magos, y el mundo entero pasa, asombroso mundo lleno de mundos que en el mundo fulguran;

y asì, gracias a un amigo, Baldwin ve, por primera vez en su vida ve.

 

Eduardo Galeano