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La recensione della serata a cura di Silvana Costa



Venerdì 9 marzo h. 20.30

Il suono

Con Shinobu Kikuchi

"Fardello dagli antenati". Ricerca, disciplina, percorso e creatività.

伝承/Denshō

Shinobu Kikuchi

Voce, shamisen e Sanshin

 

Il termine giapponese 伝承 è l’incontro di due ideogrammi con significati dall'etimologia molto profonda.

(den) è un ideogramma che originariamente era formato da quello di (uomo) e (qualcosa che è stato posto all'interno di un sacco), dunque insieme indicano "caricare un sacco su un uomo", dunque affidare a qualcuno un oggetto perchè se ne prenda cura e lo porti a destinazione da qualche parte. L'ideogramma nasconde al suo interno un'azione di "presa in carico" con una forte sfumatura di responsabilità per tale azione. L'azione del trasmettere e del portare a destinazione avviene soltanto dopo che un uomo si è caricato sulla sua schiena il fardello che porterà con se.

(shō) invece affonda le sue radici etimologiche nei due ideogrammi che indicano il gesto di chi sta inginocchiato e di chi allinea entrambe le mani per ricevere. Insieme pertanto stanno ad indicare proprio il gesto e la postura riverente di chi si inchina e a mani tese stando pronto a ricevere qualcosa.

伝承 dunque non è solo "tradizione", esso indica qualcosa di notevolmente più antico e profondo. L'umile e rispettosa azione di chi si abbassa e si prepara per accogliere un bene da qualcun altro dato in custodia e in affidamento perchè venga recapitato.

Per la lingua giapponese questa azione rivela tutto l'apporto di responsabilità, l'umile e rispettosa devozione di chi si incarica di questa commissione. Che appunto diventa "missione". Dunque qualcosa di sacro, non nel senso meramente religioso ma morale ed etico e compenetrato nell'idea giapponese di chi intende trasmettere ai posteri qualcosa che altrettanto sacramente ha ricevuto dagli antenati.

 

Senza riuscire a vedere me stessa

cercandola, desiderandola

in una terra straniera,

ma quando me ne rendo conto

ho l’anima dello Yamato

 

Sin dagli antichi

tramandata, lasciata in eredità ai posteri

l'ho protetta

l'ho accudita

cantandola e diffondendola

 

Diventata mamma

stesa a fianco dei miei bambini

gli antichi racconti

della nonna ormai scomparsa

ho ancora bisogno di ascoltare

 

 

Il progetto Denshō è sia una scoperta che una riscoperta. Una scoperta per quanti non conoscono affatto la tradizione popolare musicale del Giappone e una riscoperta per quanti quella tradizione l’hanno per troppo tempo dimenticata.

Il Giappone affonda le sue radici in una cultura di contadini e pescatori che durante i secoli hanno elaborato un bagaglio di conoscenze e tradizioni diverse a seconda dei periodi e delle zone. La modernità ha progressivamente cancellato tutte queste conoscenze che come in ogni altra parte del pianeta, stanno inesorabilmente scomparendo.

Tutto ciò mi ha spinto a riaccostarmi a quanto di più profondo è radicato nel mio essere, ad iniziare una ricerca “a ritroso” verso le mie radici nel Minyō (canti popolari giapponesi) portandocon me tutto il mio bagaglio musicale.

Le canzoni dei contadini per un buon raccolto, le nenie delle nostre nonne, i canti dei pescatori e le filastrocche dei bambini, dall’isola di Okinawa sino alla regione di Tsugaru tornano a rivivere con la mia voce che, mescolata ad apporti europei con i suoi suoni caratteristici come il pianoforte e il flauto traverso fonde due poli culturali.

Le musiche e i canti delle feste tradizionali per l’augurio di prosperi raccolti, spesso accompagnate con le danze e le bevute di sake si accompagnano ai suoni cadenzati e viscerali dei Taiko.

 

Il mio percorso parte così dal profondo e lontano cuore del Giappone sino a giorno d’oggi, con tutto quello che è rimasto della mia cultura, alla ricerca della direzione tracciata dagli antenati.

Tutto ciò è dunque una presa di posizione della mia appartenenza alla cultura del mio paese nativo, con la speranzae la volontà di essere un tramite per la prossima generazione di ciò che mi è stato preziosamente e accuratamente donato dai miei antenati.

 

 

 

Shinobu Kikuchi

 

 

 

Shinobu è nata a Kyōto il 1969 è una cantante, polistrumentista e compositrice giapponese. Figlia d'arte,di padre cantante e pittore e di madre violista,all'età di 3 anni inizia a suonare il violino e il pianoforte sotto la guida della madre. Dopo un infortunio alla mano comincia lo studio del canto lirico e nel 1989 si trasferisce in Italia per approfondire la conoscenzadel “Bel Canto”. Dal 1991 studia teatro con il metodoStanislavsky-Strasberg,con il regista Renzo Casali,presso la "Scuola Europea di Teatro e Cinema" di Milano e successivamente insegna nella stessa scuola. Entra nel gruppo teatrale Comuna Baires, mettendo in scena, come attrice e musicista, vari spettacoli in Italia e in Argentina. Divenuta consapevole dell'importanza delle proprie radici culturali inizia una ricerca sul canto e la musica popolare giapponese che a tutt’oggi è la sua attività principale. Per anni ha insegnato musica corale nelle scuole elementari con il progetto “Sono nato dall’altra parte del mondo” da lei stessa ideata. Ha partecipato come solista alla realizzazione del disco di Gianna Nannini "Perle". Lavora con il cantante e flautista Francesco Forges in un duo vocale poli-strumentale "One More Language", con il quale ha inciso 2 cd esibendosi in diversi festival in Italia e Francia. Da anni dirige un piccolo coro polifonico. Ha partecipanto alla realizzazione del disco “Darwin Suite” di Ferdinando Faraò. Nel 2009 è stata scelta, insieme ad altri 20 cantanti,per partecipare alla realizzazione del progetto "Bobble" ideato e diretto da Bobby McFerrin al Stimmen Festival di Basilea. Numerose le sue collaborazioni con diversi artisti qualiBeñat Achiary, Francesca Breschi (storica componente del Quartetto di Giovanna Marini), il tamburellista Carlo Rizzo, il percussionista brasiliano Kal Dos Santos, la musicista iraniana Farzaneh Joorabchi, la cantante di Capoverde Karin Mensah e il percussionista Federico Sanesi. Attualmente si dedica al progetto musicale “Den-sho”, ideato da lei stessa, dove il carico musicale nipponico, donato dagli antenati e tuttora vitale, si mescola ai suoni occidentali unendo i poli culturali.

 

Il fardello degli antenati

Ricerca, disciplina, percorso e creatività

Alla metà degli anni novanta, a Milano, dopo molti anni di pausa “progettuale”, cominciava per me una nuova vita. Di ritorno a Itaca, dopo dieci anni di Odissea, a casa, avrei dovuto trovare Penelope al telaio, ma io Penelope l’avevo portata con me, e a pensarci, ora, aveva ragione Ulisse. Ma questo e altro argomento.

Avevo conosciuto Shinobu Kikuchi un paio d’anni prima a Milano. Fu solo un gioco di sguardi, di studio, poi in una tournée argentina ci scambiammo qualche parola. Lei mi piaceva per vari motivi: Uno, perché è orientale, cosa non di poco conto; mi rimandava, agli anni del riflusso politico, quando molti miei coetanei sposarono le filosofie di quel continente mistico e saggio, ma anche a Siddharta di Hermann Hesse e ai racconti Zen.

Due, perché da lei avrei imparato nuovi linguaggi e nuovi codici.

Tre, perché Shinobu aveva un’energia amabile e forte al tempo stesso.

Quattro, mi colpiva come in così poco tempo non solo avesse imparato l’italiano, ma addirittura parlasse con accento milanese. E così via. Potrei elencare ancora tanti punti.

Ma la cosa più interessante era senz’altro il suo rapporto con la musica. Geniale! Non avevo mai conosciuto prima di allora una vera musicista. Si, al Collettivo Musicale Metropolitano di Gratosoglio c’erano bravi musicisti, molti anche con il sound giusto, quello che deve avere un vero rockettaro che si rispetti, ma qui ero di fronte ad un talento musicale, di fronte a una di quelle persone che oltre al Sound, hanno anche il Soul, l’Anima, e per di più Shinobu era colta e competente.

Con Shinobu ci trovammo perfino in sintonia nei gusti musicali; ambedue siamo cresciuti sulla scia del Rock-Punk con personaggi di riferimento marginali, un particolare amore per Tom Waits. Sembrerà banale dirlo, ma questo dato mi fece riflettere ancora di più sul valore universale della musica.

L’ho vista suonare la chitarra, la fisarmonica, il violino (suo strumento base), il pianoforte, percussioni di ogni genere, strumenti etnici giapponesi e addirittura dei bicchieri di cristallo. Non ultimo un uso della voce straordinario.

Un’artista di talento, ma anche di una praticità e di una concretezza artigianale. A proposito di questo, sul finire degli anni novanta, ricordo con emozione il lavoro in teatro. In particolare un laboratorio con gli allievi, si arrivò a un saggio di fine corso elaborando una scarna drammaturgia scritta da me, che, con la concretezza e il talento di Shinobu riuscimmo a trasformare in un quadro di alto valore poetico.

Poi una rassegna musicale organizzata velocemente nel piccolo teatro milanese di 99 posti, senza, fra l’altro, riuscire mai a riempire, con nomi di alta risonanza della Real World. Suoni e danze africane, straordinarie ugole dalla Mongolia, musicisti del calibro di Ayub Ogada fra gli altri.

Definirei Shinobu un animale creativo e un essere umano con una sensibilità sopra la media, attenta a non ridurre a banale e mediocre sopravvivenza il quotidiano, consapevole delle proprie responsabilità e del fardello di cui si fa carico.

 

Il fardello degli antenati è il titolo voluto da Shinobu per il suo concerto/racconto.

Il sottotitolo che ho scelto io è, Ricerca, disciplina, percorso e creatività e l’ho scelto perché Shinobu Kikuchi per me è tutte queste cose. La nipponica disciplina con cui affronta “il mestiere”, l’ostinata coerenza nel percorso umano, la serietà nella ricerca artistica e un grande talento creativo.

Vito Schiraldi